Mercati Emergenti e presidenza Trump: nessun motivo di panico
21 novembre 2016

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La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane comporta numerose potenziali implicazioni per i mercati di tutto il mondo, inclusi quelli emergenti. Quando è diventato chiaro che Trump sarebbe risultato il vincitore, i mercati azionari hanno espresso lo shock provato da molti investitori americani ed i mercati emergenti hanno evidenziato una particolare volatilità. Le relazioni tra Stati Uniti e Messico, la seconda maggiore economia latinoamericana, sono state uno dei punti focali della campagna di Trump, che ha promesso tra l’altro di rafforzare il confine con la costruzione di un muro per limitare l’immigrazione e di abrogare l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA), in cui rientra anche il Canada. Il giorno dopo le elezioni, la vittoria di Trump ha provocato un crollo del peso messicano ai minimi storici rispetto al dollaro statunitense ed il mercato azionario messicano ha anch’esso subito una flessione, così come quasi tutti gli altri mercati latinoamericani.

Sebbene i mercati globali siano destinati a rimanere volatili per un certo periodo di tempo, a causa dell’incertezza gravante sulle potenziali politiche statunitensi sotto una presidenza Trump, ritengo che dobbiamo fare qualche riflessione e concludere che gran parte della retorica che ha caratterizzato la campagna elettorale potrebbe non tradursi in misure concrete. Tra coloro che prendono alla lettera le dichiarazioni così come fatte da Trump durante la campagna elettorale, molti si aspettano l’adozione di politiche estreme. Ritengo tuttavia che alcuni esprimano un pessimismo e dei timori non giustificati alla luce della natura dell’economia e del sistema politico degli Stati Uniti, caratterizzato da un insieme di meccanismi istituzionali volti ad assicurare l’equilibrio tra i vari poteri, che rimane tuttora saldo. Certamente, qualora Trump riuscisse a conseguire il livello di robusta crescita economica che si è impegnato ad assicurare al paese, riteniamo che altre nazioni, compresi il Messico ed altri mercati emergenti, siano destinate a trarre benefici.

Personalmente, non sono rimasto tanto sorpreso dalla vittoria di Trump. Abbiamo già visto gli elettori esprimere esautorazioni dei partiti tradizionali in Europa ed in altri paesi del mondo analoghe a quella che si è ora manifestata negli Stati Uniti. In particolare, molti sondaggi pre-elettorali non avevano colto interamente l’insoddisfazione degli americani che vivono in aree rurali economicamente depresse del paese. Spero che come imprenditore ed autoproclamato uomo d’affari, Trump riesca ad arrivare a soluzioni positive, quali accordi commerciali che potrebbero essere bilaterali e non più multilaterali (p. es. il NAFTA). Come imprenditore, Trump dovrebbe essere a suo agio nel condurre trattative con altri paesi e ritengo che possa riuscire a raggiungere alcuni accordi commerciali e finanziari in grado di soddisfare entrambe le parti. Per esempio, potrebbero essere istituiti nuove relazioni e scambi commerciali con la Russia, un paese che è stato al centro delle attenzioni pre-elettorali di Trump. Potrebbero esserci impatti positivi per vari altri paesi emergenti, non soddisfatti delle rigide regole generali degli accordi multilaterali. Inoltre, la possibilità d’imposte più basse e di un contesto più favorevole al mercato negli Stati Uniti potrebbe indurre le società statunitensi a dimostrare maggiore dinamismo sul fronte non soltanto dell’espansione interna ma anche di quella internazionale, soprattutto nell’universo dei mercati emergenti a crescita elevata. Se dovessi comunicare una proposta al nuovo presidente degli Stati Uniti, gli chiederei di accelerare gli accordi di libero scambio e libertà d’investimento con i paesi di tutto il mondo.

Un’elezione comporta sempre vincitori e vinti. Il nostro compito, quali gestori degli investimenti, è di far fronte a questi periodi di shock e stabilire quali paesi e società siano in grado di sopravvivere ed emergere più forti. Naturalmente, dobbiamo essere selettivi. Nel complesso, rileviamo ancora molte motivazioni interessanti per gli investimenti nei mercati emergenti in generale, tra le quali tassi di crescita elevati, politiche fiscali solide e tendenze demografiche positive. Come hanno dimostrato le elezioni negli Stati Uniti, le sorprese possono verificarsi ovunque. Durante questa fase di elevata volatilità dei mercati, noi del Templeton Emerging Markets Group riteniamo che sia importante per gli investitori ragionare in un’ottica di lungo periodo, senza lasciarsi influenzare dalla volatilità nel breve termine, che probabilmente continueremo ad osservare nei mercati emergenti.

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I commenti, le opinioni e le analisi di Mark Mobius hanno finalità puramente informative e non devono essere considerate come una consulenza individuale in materia di investimenti né come una raccomandazione ad investire in un titolo o ad adottare una strategia di investimento. Le condizioni di mercato ed economiche sono passibili di rapidi cambiamenti, pertanto i commenti, le opinioni e le analisi si intendono resi alla data di questo post e sono soggetti a modifiche senza preavviso. Il materiale non intende costituire un’analisi completa di tutti i fatti rilevanti relativi ad un paese, una regione, un mercato, un settore, un investimento od una strategia.

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Tutti gli investimenti comportano rischi, inclusa la possibile perdita del capitale. Gli investimenti in titoli esteri comportano rischi particolari quali fluttuazioni dei cambi, instabilità economica e sviluppi politici. Gli investimenti nei mercati emergenti, un segmento dei quali è costituito dai mercati di frontiera, implicano rischi più accentuati connessi con gli stessi fattori, oltre a quelli associati alle dimensioni minori dei mercati in questione, ai volumi inferiori di liquidità ed alla mancanza di strutture legali, politiche, economiche e sociali consolidate a supporto dei mercati mobiliari. I rischi associati ai mercati emergenti sono generalmente amplificati nei mercati di frontiera poiché gli elementi summenzionati – oltre a vari fattori quali la maggiore probabilità di estrema volatilità dei prezzi, illiquidità, barriere commerciali e controlli dei cambi – sono di norma meno sviluppati nei mercati di frontiera. I prezzi delle azioni subiscono rialzi e ribassi, talvolta estremamente rapidi e marcati, a causa di fattori che riguardano singole società, particolari industrie o settori o condizioni di mercato generali.

 

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